mercoledì 9 aprile 2014

PROVE INVALSI ITALIANO PRIMA MEDIA CON CORREZIONE

Esercitati con la prova invalsi di italiano del 2006

Esercitati con la prova invalsi di italiano del 2006

Mantova, seconda infanzia

A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle caccie dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa. Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire.
Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini. Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprirproprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sì , - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.
Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano, conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta
tutta sua. Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa, e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.

(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)

 

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